I dati, intanto, informano che in Italia i malati di Sclerosi Multipla sono più di 50 mila e nel Lazio si stima che siano oltre 5 mila con un’età media di circa 30 anni. La Sclerosi Multipla rappresenta anche la prima causa di invalidità di origine neurologica nel giovane adulto. La patologia ha una origine multifattoriale. Nella Sclerosi Multipla, infatti, il sistema immunitario attacca i componenti del sistema nervoso centrale, tale meccanismo di danno si definisce “autoimmune”. La Sclerosi Multipla, inoltre, non è una malattia infettiva, perciò non si trasmette da individuo a individuo; così come predisposizione genetica non significa ereditarietà diretta cioè trasmissione dai genitori ai figli. I sintomi più ricorrenti nella Sclerosi Multipla sono di tipo visivo (calo visivo rapido e significativo o uno sdoppiamento della vista); disturbi di sensibilità, fatica e limitazione della funzione motoria.
Nel corso del Convegno-incontro “Diritto alla salute nelle persone con Sclerosi Multipla” si è voluto, intanto, chiedere alle autorità competenti la creazione di percorsi privilegiati per ciò che riguarda l’assistenza psicologica e riabilitativa dei pazienti; mentre, il Professore Pozzilli ha puntualizzato come dal punto di vista delle opportunità terapeutiche “il panorama sia delle terapie attuali a base di interferone e sia di quelle orali che verranno messe in commercio in futuro, si spera che possano migliorare l’aderenza al trattamento, requisito fondamentale di un trattamento cronico come quello richiesto nella Sclerosi Multipla”.
Nel Centro Sclerosi Multipla dell’Ospedale Sant’Andrea è stato svolto uno studio mirato per indagare le risposte emotive e comportamentali che vengono adottate dai pazienti affetti da Sclerosi Multipla sia al momento della diagnosi che nel corso dei primi due anni di malattia. Lo studio ha coinvolto 39 pazienti e il dato interessante è che nei pazienti con una importante rete relazionale, il supporto emotivo della famiglia favorisce un atteggiamento realistico e risolutivo, così come è risultato che “una condizione di depressione reattiva alla diagnosi è naturale, oltre che funzionale al recupero di una nuova progettualità di vita.”