A Roma, Giove era considerato il massimo protettore della città e tutte le vicende dell’Urbe furono sempre collocate sotto la sua ala protettrice. A questo straordinario dio del cielo e della luce i Romani associavano il colore bianco: bianchi erano gli animali che gli venivano offerti in sacrificio, bianchi erano i cavalli che trainavano il suo cocchio, bianche erano le vesti dei sacerdoti addetti al suo culto, e bianche erano le vesti indossate dai consoli durante la cerimonia di ingresso in carica.
Il Tempio di Giove Capitolino, di cui oggi, restano solo le fondamenta, portate alla luce durante gli scavi sotto il Campidoglio, era di dimensioni eccezionali: 55 metri per 60 metri circa. Il Tempio, era a pianta rettangolare, quasi quadrata e orientato verso sud.
Gli autori che ricostruirono, nel corso degli anni, gli edifici del colle capitolino a seguito dei terribili incedi (83 a.C, 69 d.C, …) non modificarono, per vincoli religiosi, né le dimensioni e né la pianta dell’antico edificio. Si limitarono a sostituire terracotta e bronzo con marmi e materiali preziosi.
Il Tempio di Giove Capitolino era, infatti, al centro del sistema religioso, meta di pellegrinaggi, e politico durante la repubblica e l’impero. Era il luogo dove i consoli offrivano i loro sacrifici pubblici e il senato si riuniva in assemblea solenne. Era il luogo finale delle processioni trionfali dei generali vittoriosi, che qui giungevano a ringraziare la Triade e a deporre il bottino di guerra, nonché il deposito degli archivi delle relazioni estere. Per i Romani era, prima di ogni altra cosa, il simbolo della sovranità, della potenza e della immortalità di Roma. E il nome Campidoglio, luogo su cui sorgeva il tempio, discende, secondo la leggenda, dal ritrovamento di una testa mozzata, ma intatta di un guerriero etrusco, durante gli scavi per la costruzione delle fondamenta del Tempio di Giove.
Oggi, oltre “all’esigua” testimonianza che abbiamo dell’esistenza di questo immenso capolavoro dell’architettura dell’antica romana, le fondamenta del Tempio, possediamo anche fonti letterarie di epoca augustea di notevole rilevanza. Livio nelle sue Storie e Dionigi e Alicarnasso nei libri in greco sull’antica Roma, raccontano la natura e i momenti della costruzione del sito. Livio, per esempio, nella Storia di Roma scrive: “Presa Gabi, Tarquinio concluse la pace col popolo degli Equi e rinnovò l’alleanza con gli Etruschi. Rivolse allora il pensiero alle faccende urbane…[…]…E affinché l’area fosse tutta assegnata a Giove e al tempio che vi si sarebbe edificato, e libera dal culto di altre divinità, stabilì di sconsacrare i santuari e i tempietti, dei quali alcuni, offerti in voto dal re Tazio al tempo della sua lotta contro Romolo, vi erano stati poi inaugurati e consacrati”.