Il 15 marzo era comunque la data che dava inizio alla primavera e quindi, di buon augurio soprattutto per il mondo contadino che ruotava intorno all’Urbe romana.
Il culto della Dea Anna Perenna viene alla luce in concomitanza agli scavi per la costruzione di un parcheggio sotterraneo all’angolo tra la Chiesa di Piazza Euclide e Via Guidobaldo Dal Monte, nel quartiere Parioli, nella zona nord di Roma. Lo scavo profondo dai 6 ai 10 metri ha portato alla luce i resti di una fontana di forma rettangolare con iscrizioni murate che riportano proprio il nome della Dea.
La fontana dedicata al culto di Anna Perenna fu in funzione dal IV secolo a.C. al V secolo d.C.. La vasca di contenimento delle acque misura 1 metro per 4 ed è rivestita da una malta impermeabile ottenuta da frammenti di terracotta mescolati a calce e sabbia, tuttora visibile.
Il luogo dove si trova la fontana era utilizzato dai fedeli come offertorio di doni alla divinità ma anche come luogo dove effettuare riti magici e richiedere “favori particolari”. Testimonianza di tale attività è data dal ritrovamento, nella zona retrostante la fontana, di alcuni manufatti utilizzati durante pratiche magiche e riti religiosi. Si tratta di piccoli fogli di piombo riportanti maledizioni, contenitori con all’interno figurine antropomorfe in cera o argilla, un pentolone di rame, lucerne e circa 500 monete.
Durante il periodo dei festeggiamenti in onore della Dea, secondo gli studiosi, si svolgevano grandiosi banchetti all’aperto. Si ballava e si cantava, ci si ubriacava senza remore poiché era credenza diffusa che si potevano aggiungere alla propria vita tanti anni quante coppe di vino si riuscivano, nell’occasione, a mandare giù. La festa, lungo le sponde del Tevere, prevedeva la presenza sia di coppie di adulti che di fanciulle in età di passaggio dalla pubertà all’adolescenza. Per l’occasione si svolgevano quasi sicuramente delle competizioni che vedevano la partecipazione di donne. Alla fine, la vincitrice era tenuta a ringraziare le Ninfe offrendo dei doni.
I fasti dei festeggiamenti si concludono e come vuole Ovidio la gente canta “tutto ciò che imparano a teatro, e accompagnano le parole con agili gesti delle mani; deposte le coppe intrecciano rozze danze, e l’agghindata amica balla con la chioma scomposta. Al ritorno barcollano, danno spettacolo di sé a tutti e la gente che li incontra li chiama fortunati.”