Un film che doveva assolutamente realizzare, anche perché un personaggio, Nicola, è modellato sulla vera storia di Michele, un giovane poliziotto, che ha comunque una grande aspirazione, ossia quella di poter recitare. L’ambientazione è, tuttavia, particolare e colma, almeno sulla carta, di suggestioni, poiché ci troviamo nella Roma del Sessantotto. Si intrecciano, quindi, storie personali con quella più grande di un movimento che ha cambiato parecchi aspetti della società del tempo, pur con tutte le contraddizioni e le ingenuità del caso. In realtà, si è trattato di un “grande sogno”.
“Il grande sogno” (2009) è, infatti, il titolo scelto da Michele Placido per questo film fortemente voluto, che è stato presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. La critica si è dimostrata un po’ fredda, anche se non c’è stata una vera e propria bocciatura. E’ chiaro che portare sul grande schermo la Roma di quel particolare momento storico, equivale ad una reale sfida. Il Sessantotto ancora divide, anche se è stato scritto parecchio e in tanti hanno espresso, perciò, il loro parere a riguardo. L’intenzione di Placido è certamente lodevole, proprio a causa di questa fusione tra il percorso di formazione del poliziotto e la realtà circostante in tumulto. Il regista poi è stato furbo, perché ha chiamato tutti attori già conosciuti e apprezzati, specialmente dai più giovani. Quello, difatti è stato un periodo fondamentale nella carriera di Riccardo Scamarcio che, da quel momento, ha iniziato a girare film più impegnati. L’attore si è dovuto misurare col personaggio del poliziotto infiltrato tra gli studenti dell’università occupata. Non è una realtà semplice quella che dovrà affrontare Nicola, questo perché si ritrova alieno ma, allo stesso tempo, è attratto dalle agitazioni che si stanno diffondendo. Come se non bastasse, si troverà a fare i conti coi sentimenti. Nicola finirà, infatti, per innamorarsi di Laura (Jasmine Trinca), una ragazza di estrazione cattolica, colma di sani principi, ma che è disposta comunque a lottare contro le ingiustizie. Altro personaggio importante è quello di Libero (Luca Argentero), uno dei leader del movimento studentesco e figlio di un’operaia della Fiat. Tuttavia si fa fatica a trovare momenti esaltanti o, meglio ancora, emozionanti. La parte “documentaristica” delle contestazioni è discreta, ma non si riesce a trascinare lo spettatore. Immagini fredde e poco coinvolgenti, per un film che doveva puntare tutto sull’impatto emotivo. Non è facile sintetizzare in poco tempo un momento così complesso e variegato come quello del Sessantotto. Le rivendicazioni sociali, la ricerca di una serena libertà sessuale, la salvaguardia dei diritti, sono tutte tematiche soltanto accennate, e questo a causa proprio delle vicende personali dei personaggi. L’attenzione viene, perciò, spostata dalle lotte degli studenti, alla lotta “interna” di Nicola. Purtroppo, anche qui si può notare una certa superficialità, ed il conflitto tra il ruolo “istituzionale” del poliziotto e l’adesione alle istanze dei coetanei studenti, risulta poco approfondito. Evidentemente, Placido voleva rendere tutto il più bilanciato possibile. Il risultato è un film che non incide e non appassiona, il tutto condito da una costante superficialità. Il “diario” di Nicola risulta essere piatto, senza mordente. La storia personale di Placido si perde così in una storia più grande di lui, quella del Sessantotto. Non possono bastare le location, come quella dell’università “la Sapienza”, a far decollare il film, come neppure le interpretazioni, francamente un po’ scialbe, degli attori. Inoltre, le musiche di Nicola Piovani si ritrovano in un contesto poco congeniale, anche perché non si è imbattuto nella poesia de “La vita è bella”. Merito comunque al regista di aver voluto portare sul grande schermo una vicenda così complessa come quella dei movimenti studenteschi. Nondimeno, si rischia comunque di cadere nelle inevitabili polemiche e si finisce, purtroppo, per parlare più di quel periodo storico, rispetto alla valenza effettiva del film in questione. Alla fine, quella che è venuta fuori è stata la rappresentazione del “grande sogno” di Placido e non quello di un’intera generazione. “La mia generazione ha perso”, così ha sentenziato con amarezza Giorgio Gaber in un suo album, tuttavia qui, ed è proprio il caso di dirlo, a perdere è stato il regista.
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