Che ruolo può avere “Habemus Papam”, se così si può dire, nella filmografia di Moretti? Non c’è l’attacco frontale presente ne “Il caimano”, neppure la tragicità de “La stanza del figlio” e siamo distanti da contenuti ed atmosfere dei suoi primi film. “Habemus Papam” è, quindi, un’opera che si distingue, un capitolo isolato. Non è difficile individuare il fulcro del film: la crisi di un Papa appena eletto. Nessun attacco alla Chiesa di Roma, come ha più volte rimarcato lo stesso regista, ma c’è soltanto l’intenzione di sottolineare la fragilità e, dunque, l’umanità, di un pontefice. L’idea è originale, poco da dire, eppure il risultato non è dei migliori. Il ruolo dello psicanalista Brezzi, interpretato dallo stesso Moretti, è piuttosto marginale ed i suoi dialoghi col Papa sono banali e non incidono. Insomma, poteva tranquillamente non esserci questo psicoanalista, tuttavia non ci sarebbe stato spazio per il Moretti attore e questo, forse, non sarebbe stato concepibile. Non è possibile fare a meno di citare la scena del torneo di pallavolo che ha coinvolto i cardinali. Una scena quasi interminabile e il sorriso iniziale si perde, arrivando perfino all’irritazione. I cardinali sono rappresentati come teneri vecchietti e non c’è un, seppur minimo, tratto di austerità. Siamo nel periodo immediatamente successivo al conclave e tutti sembrano non percepire la solennità del momento con l’eccezione, chiaramente, del nuovo Papa, che fatica parecchio a gestire l’emotività e, alla fine, decide di scappare dalle sue responsabilità.
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Ottime erano, perciò, le intenzioni iniziali del film, ma Moretti ha voluto aggiungere elementi superflui ed ha caratterizzato male alcuni personaggi. “Habemus Papam” si sostiene grazie ad un bravissimo Piccoli e, chiaramente, alle location. Non poteva che essere Roma, la città dove poter girare questo film. A Palazzo Farnese, ad esempio, è stata girata la scena del primo incontro fra il Papa e lo psicanalista. Altre location sono state Villa Medici, Palazzo Barberini e Villa Lante di Viterbo. Per quanto riguarda, invece, la Cappella Sistina e altri ambienti del Vaticano, ci si è dovuti avvalere di mirate ricostruzioni a Cinecittà.
Tirando le somme, l’ultimo film di Moretti non è proprio un capolavoro e neppure vuole essere una critica alla Chiesa. Aspetti della religione, i soliti discorsi sulla laicità dello Stato, l’attacco ai dogmi del Cattolicesimo, non sono qui affatto presenti. Moretti ha scelto di parlare della fragilità di un Papa e della grande responsabilità che il suo compito comporta. Tutto qui, inutile creare polemiche su cose che non esistono o, addirittura, inventarsi un capolavoro che non c’è.