Purtroppo, solo raramente sui nostri schermi arrivano film mediorientali. E ancora meno spesso questi film vengono insigniti di riconoscimenti cinematografici di valore internazionale. Quando questo capita, l’occasione è imperdibile per tentare di comprendere la cultura, le tradizioni e le dinamiche storico-politiche di quei paesi. Qualche anno fa fu la volta del film “Il cacciatore di aquiloni”, tratto dall’omonimo libro di Khaled Hosseini, scrittore americano di origine afghana. Questa volta è toccato al film “Donne senza uomini” (Zanan bedoone mardan), vincitore del Leone D’Argento per la migliore regia alla 66° rassegna veneziana, tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur.
Shirin Neshat, quasi 53 anni splendidamente portati, è una video artista iraniana già creatrice di video e installazioni di successo ed è alla sua prima esperienza cinematografica da regista. Il suo lungometraggio uscirà ufficialmente nelle sale italiane il 12 marzo e già promette di ottenere un grande successo. La sua presenza nel cinema Mignon di via Viterbo per l’inaugurazione ha scatenato l’entusiasmo del pubblico, che l’ha acclamata per il suo coraggio e l’importante riconoscimento artistico ricevuto. Come afferma Shirin Neshat, “è importante ed emblematico che il film sia stato presentato proprio nel giorno della festa delle donne”, precisando che “nonostante il titolo, questo non è un film contro gli uomini, che mi piacciono molto”.
La storia del film racconta la rivolta personale, ed allo stesso tempo culturale, di 4 donne socialmente diverse che cercano coraggiosamente di sfuggire, ciascuna a suo modo, da un destino apparentemente ineluttabile. I loro destini si incrociano all’interno di una meravigliosa tenuta di campagna, dove riescono per un breve periodo a scambiarsi amicizia, comprensione e conforto.
Fakhri, intrappolata da anni all’interno di un matrimonio coatto ed ancora innamorata di un uomo amato in precedenza, si ribella al marito e fugge da Teheran arrivando per prima nella tenuta, dove si stabilisce per vivere ritrovando da subito serenità e autostima. Munis ha una forte ed attiva coscienza politica, ma un fratello tradizionalista la costringe a reprimere i suoi principi sociali facendola arrivare al suicidio per liberarsi dall’oppressione. Faezeh, innamorata del fratello di Munis, scopre la sua indipendenza solo dopo aver subito una violenza. Ed infine Zarin, una prostituta che fugge dal bordello quando a causa della sua depressione non è più capace di vedere il volto degli uomini, approdando nel casolare di campagna ed entrando in comunione con la natura. Accanto alla figura di Zarin, nel film recita una breve ma stupenda parte anche l’autrice del libro, Shahrnush Parsipur, che interpreta la tenutaria del bordello. Secondo quanto descrive la stessa Shirin Neshat, dopo l’incontro con l’autrice del libro essa “è diventata una forza trainante della mia vita, sia attraverso i suoi scritti, sia come donna che ha subito più sofferenze di chiunque io conosca: anni di prigionia, la separazione dal figlio, la povertà, la malattia. Eppure Shahrnush resta una delle persone più positive ed ottimiste che io abbia mai incontrato”.
Non essendo stato possibile, per ovvi motivi, girare il film in Iran, è stata scelta Casablanca. In questa città, infatti, oltre che trovare scenari molto somiglianti alla vecchia Teheran degli anni ’50, la regista aveva avuto esperienze cinematografiche che l’hanno facilitata per l’organizzazione delle riprese.
Il casting è durato un anno e mezzo ed è stato uno dei lavori più duri, in quanto la regista sapeva fin dall’inizio che non potevano essere scelti attori iraniani viventi in Iran. Inoltre, anche una volta deciso di selezionare in Europa, bisognava scegliere attori che non avessero un forte accento della nazione di provenienza, trattandosi comunque di seconde generazioni di iraniani.