Venerdì, 27 Aprile 2018

sacco_di_roma_artIl Sacco di Roma del 1527 è, tra gli infiniti avvenimenti che hanno segnato la storia della città eterna, uno tra quelli maggiormente presenti nei ricordi storici di ognuno. Roma al centro delle lotte di potere, il papa rinchiuso a Castel Sant’Angelo, e una città messa a ferro e fuoco dai lanzichenecchi  in una furia che non si era mai vista prima. I Luterani contro i papisti, i De’Medici contro i Colonna, gli imperiali contro lo stato pontificio, e alla fine, una città devastata, saccheggiata, infestata dalla malaria e dal colera, dove la popolazione si riduce a poche decine di migliaia di abitanti. La situazione è tale, che si fermano perfino i lavori per la costruzione di San Pietro. Il Sacco segna però anche un momento storico fondamentale. Con esso finisce un’epoca. Roma lascia dietro di sè l’età medievale ed entra in quella moderna.

Gli eventi che portarono al Sacco di Roma, vanno ricercati nella lotta per la supremazia in Europa, che ebbe luogo alla fine della prima metà del ‘500 tra i Valois e gli Asburgo. Il Sacco fu animato però anche da istanze religiose, tanto che venne visto, da alcuni, come una sorta di crociata luterana contro una Roma papalina corrotta e sempre più lontana dai valori della cristianità.
Francesco I di Valois, re di Francia, e Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna, si scontrarono nella battaglia di Pavia (1525). Il sovrano francese subì una clamorosa sconfitta, in seguito alla quale dovette rinunciare a ogni diritto sull’Italia, che cadde così nelle mani di Carlo V, avendo quest’ultimo già il dominio del meridione come eredità spagnola.
Papa Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, cominciò a temere che il sovrano asburgico potesse riunire sotto la propria corona tutta la penisola, mettendo a rischio l’esistenza dello Stato Pontificio.

Il papa si fece allora promotore della lega anti-imperiale di Cognac, schierandosi al fianco di Francesco I, reduce dalle pesanti perdite seguite alla battaglia di Pavia, contro Carlo V. Nei disegni di Clemente VII, non vi era solo la sconfitta sull’Impero asburgico, ma anche sui protestanti.
L’imperatore tentò più volte di ricostruire l’alleanza con il pontefice, attendendo un incontro prima di intraprendere un’iniziativa militare. Non ottenendo alcuna risposta, Carlo V si servì della potente famiglia romana dei Colonna, acerrima nemica dei Medici, per colpire lo stato pontificio e il papa.
Roma fu  pesantemente saccheggiata, e Clemente VII si vide costretto a chiedere aiuto all’imperatore, promettendo di togliere il suo appoggio al re di Francia. Accumulando errori di valutazione e passi falsi, appena l’assedio fu sciolto, il papa non mantenne però la promessa, e si rivolse nuovamente a re Francesco I. La situazione a questo punto precipitò.

L’imperatore decise di attaccare lo Stato Pontificio, e scese in Italia con un contingente di 30.000 lanzichenecchi tedeschi, spagnoli e italiani al comando del duca Carlo III di Borbone-Montpensier, passato dai Francesi a Carlo V.
I Lanzichenecchi attraversarono Trento e oltrepassarono il Po. Nei pressi di Mantova si scontrarono con Giovanni dalle Bande Nere, capitano della Lega anti-imperiale, il quale venne ferito gravemente.
Il contingente armato di cui Roma disponeva, seppur abbastanza consistente, si rivelò ben presto diviso tra cardinali e famiglie nobili, per di più, le finanze del pontefice non potevano garantire un’adeguata difesa. I varchi nelle mura Leonine, dovuti ai lavori in San Pietro, resero infine la città ancora più debole.
Le truppe comandate dal connestabile di Borbone, appostatesi sulle alture di Monte Mario, entrarono in città. La difesa della città fu strenua, e si concentrò tra la porta delle Fornaci e quella di Santo Spirito, dove Benvenuto Cellini uccise il Borbone intento a scalare le mura Leonine. Clemente VII si rifugiò in Castel Sant’Angelo.

I Lanzichenecchi riuscirono però a penetrare in città attraverso i varchi nelle mura, attraversarono ponte Sisto e invasero il centro storico. Il papa rimaneva intanto assediato a Castel Sant’Angelo.
Con Il Sacco, Roma fu messa a ferro e fuoco. Chiese e palazzi vennero saccheggiati e incendiati, nobili e popolani vennero seviziati e uccisi in una furia disumana senza precedenti. Perfino i lavori in San Pietro furono interrotti, e ripresero solo dopo qualche anno.
Scrive Francesco Guicciardini nella Storia d’Italia:Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiungendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furno le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che vennero dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dì seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama  che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.”

Roma, che in età imperiale aveva un milione di abitanti, all’inizio del ‘500 ne contava appena 50.000. La città, in condizioni malsane e infestata dalla malaria, non sopportò la presenza di decine di migliaia di soldati, in seguito alla quale le condizioni igieniche peggiorarono ulteriormente.
Malattie e stragi ridussero la popolazione di Roma dopo Il Sacco a circa la metà.  
In una città devastata e umiliata, Clemente VII fu  costretto ad arrendersi, impegnandosi a pagare 400.000 ducati. Il papa potè vedere coi propri occhi a cosa aveva portato una politica volta al puro interesse personale, indebolita dalle divisioni interne e ostile a ogni forma di diplomazia.
Fu pentimento tardivo, purtroppo, perché la città si trovava in uno dei momenti peggiori della sua storia.
Con Il Sacco del 1527, scompare dal panorama di Roma la compagine dei quattro elementi che ne avevano caratterizzato la storia medievale: papato, Impero, nobiltà e popolo. Ciascuno di essi avrà un’identità sempre più autonoma, dando così inizio alla storia moderna di Roma.

Immagine tratta da Wikipedia

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