Sabato, 20 Gennaio 2018

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Proverbi e modi di dire

E' noto che per conoscere un popolo lo studio della sua lingua è un percorso obbligato. Tanto più se questa lingua è un dialetto. Il proverbio diventa perciò un mezzo privilegiato per conoscere la "filosofia" locale, che trova origine in secoli lontani. Diventa più facile così capire le origini della scanzonata serenità da una parte e dell'amara rassegnazione dall'altra dei romani.

perdono1Ovvero: perdonare è da uomo, dimenticare è da animale!

Due bellissimi concetti in un solo proverbio: il perdono e la memoria.

Due principi costituenti della persona come essere umano a tutto tondo. Due assiomi che spesso vengono confusi. Si tende a credere che chi dimentica conseguentemente perdona, o che comunque per perdonare si deve dimenticare un torto, un’ingiustizia subìta, una situazione spiacevole.

La memoria e il perdono sono entrambi principi difficili da seguire e mettere in pratica, mentre dimenticare è sempre più facile. Proprio questa semplicità fa sorgere il dubbio che la via dell’oblio sia quella errata, come sempre succede quando è la strada facile da percorrere.

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familyOvvero: i parenti del Papa diventano presto cardinali.

È una denuncia quella che si legge in queste poche parole, invece di un vero e proprio proverbio. Come gran parte dei detti usati nella capitale, anche questo risale circa al XVI secolo, quando a Roma il Papa aveva un potere temporale assoluto ed apparteneva sempre a famiglie nobili, come quella dei Farnese ad esempio. Una denuncia che risale a circa cinque secoli fa ed è pienamente attuale.

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popoloOvvero: quando il popolo fa la storia, anche il principe perde la boria (Doria è una delle tante famiglie principesche di Roma).

In questo proverbio, ancora una volta in rima, si sente tutto l’orgoglio del popolo, non solo romano, della forza che ha … o che potrebbe avere se solo...
Si sente spesso dire che la storia è fatta da tutti, soprattutto dalle persone comuni, semplici, poco note e, almeno apparentemente, poco importanti. E’ sempre difficile dire come vanno davvero le cose utilizzando frasi brevi e lapidarie. Anche questa visione, pur affascinante, risulta opinabile, se non altro parziale, forse un po’ romantica e sicuramente dettata da una certa speranza.
Ciononostante, questo detto si riferisce in particolare non tanto al quotidiano, ma piuttosto a quei momenti in cui un popolo, stritolato dalla fame e dalle ingiustizie, portato allo stremo delle forze e abbandonato dai suoi governanti, finalmente si ribella. Arrivato a tal punto, e purtroppo non prima, pretende alcuni diritti fondamentali con la forza della disperazione. In quei frangenti la voce che si fa sentire è quasi esclusivamente quella della violenza cieca e vendicativa. E anche il più tranquillo, sicuro e protetto dei governanti viene assalito dal terrore dell’irrazionalità aggressiva caratteristica della massa inferocita.
E a buona ragione.
Sa bene, infatti, di non poter più controllare quei ribelli, considerati pecore fino ad un attimo prima, e perde la boria, quella sua aria di sicurezza e sfoggio di potere di cui si era permeato così a lungo, mostrando un’unica maschera al suo popolo.

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estateOvvero: Preghiamo Dio che l’estate sia in estate e l’inverno sia in inverno

Abbiamo scelto un proverbio stagionale in una stagione non esattamente proverbiale! In effetti quest’anno il clima ha tradito le aspettative di tutti noi più volte, facendoci trovare fin troppo spesso il brutto tempo in estate e il caldo in inverno. Sconvolgimenti climatici preannunciati, che dipendono, sembra, da vari e numerosi fattori tra i quali quello umano è e resta tra i più preoccupanti, portano problemi e disagi di cui ci si accorge soprattutto nel weekend o in generale per la stagione turistica, ma che in realtà portano conseguenze assai più gravi ed a lunga scadenza.

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dio_denaroQuesto proverbio davvero simpatico, ma anche sarcastico e con una dolente nota di tristezza, gioca con le parole. Trino, ovviamente, si riferisce alla trinità del Dio cristiano costituita da Padre, Figlio e Spirito Santo, quattrino invece si riferisce al modo di indicare il soldo nel dialetto romano (di solito al plurale, i quattrini sono i soldi). Come dire che il dio che conta di più nella vita terrena è il denaro: un’affermazione difficile da smentire. Era difficile essere in disaccordo in passato, figuriamoci di questi tempi!

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cupolone_spOvvero: dal tetto in giù si vede, dal tetto in su (è invece necessaria) la fede.

Non solo religione, in questo proverbio. Si intravvede anche una lieve, ma chiara, forma di ironica protesta. Non ci è dato sapere e vedere tutto, nella nostra breve esistenza, e non solo per ciò che concerne l’ultraterreno. Anzi talvolta ciò che viene negato alla nostra possibilità di conoscenza è sin troppo umano.

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popeOvvero: Morto un papa se ne fa un altro.

C’è tutto il sarcasmo del popolo romano nel proverbio più famoso della capitale. Pur augurando lunga vita al nostro pontefice, la citazione è d’obbligo quando si ritiene che qualcuno sia sostituibile, più o meno facilmente. L’ironia è agevole in questo caso, soprattutto nei confronti di chi si ritiene di tale importanza da non poter essere soppiantato da qualcun altro, e magari lo fa imprudentemente pesare al suo interlocutore (“e chi te credi d’esse, er papa!” si dice in questi casi a Roma, appunto). E’ assai rischioso di fronte a un popolo così disincantato! E la risposta al malcapitato, che magari ha detto qualcosa tipo “Voglio vedere cosa farete senza di me!”, è appunto questa, diretta, prosastica e, soprattutto, mortale! Sì, perché come al solito non si va troppo per il sottile nelle citazioni popolari, soprattutto da queste parti, e si dà una sentenza … definitiva, mettendo in campo la morte, come niente fosse.

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pan_bagnatoOvvero: Se non è zuppa è pane bagnato. Non serve davvero una “traduzione” in questo caso, basta sostituire “se non” a “si nun” e il resto è facile.

In realtà “Se non è zuppa è pan bagnato” non è un modo di dire strambo per indicare due cose che, pur non essendo identiche, sono abbastanza simili da poter essere confuse. Al contrario è una precisazione linguistica molto puntuale della medesima cosa. Infatti zuppa deriva dal gotico “suppa” (da cui la voce tedesca suppe, quella francese soupe e quella inglese soup) che significa esattamente “fetta di pane bagnata”. Ecco che quindi il detto assume un senso ben preciso ed indica due modi diversi di chiamare la stessa (povera) pietanza. Con il tempo poi il significato gastronomico di “suppa” è cambiato, in quanto la zuppa è diventata qualcosa di più ricco ed elaborato, fatta con brodo, verdure, odori … ma non è una ricetta! Non si cita questo proverbio per parlare di cucina.

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altalenaOvvero: La mano che regala è al di sopra di quella che riceve

Un proverbio gratificante. Dettato forse dalla scarsità di gratitudine generale. E’ comunque un modo di dire che fa sentire l’orgoglio di essere generosi. Dà quel senso di piacere che, in quanto umani, abbiamo bisogno di provare quando ci decidiamo ad offrire la nostra solidarietà.

La frase descrive, come spesso accade nei proverbi, una situazione fisica per esemplificarne una morale. Il gesto del dono è un gesto positivo, costruttivo, amorevole che innalza la persona che lo fa, sentimentalmente ed intellettualmente, moralmente e esteriormente. Perché per farlo è necessario pensare all’altro, alla persona cui si fa il regalo. E’ perciò un atto di interpretazione, di empatia e, quindi, di alienazione da sé. Per questo rappresenta ed esprime quanto di più elevato e nobile c’è nella natura umana, la capacità di mettersi nei panni dell’altro e dare ciò che si vorrebbe ricevere se si fosse in quei panni.

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amore_tornaOvvero: il sole scende dove c’è pendenza, l’amore torna dove c’è speranza

E’ uno dei rarissimi proverbi romani sull’amore. L’argomento, giudicato troppo melenso e “sdolcinato” per il popolo più cinico d’Italia nell’uso della parola, è spesso trascurato nei detti popolari di questa città, almeno nelle sue accezioni positive. Ce lo siamo però andati a cercare con cura, in occasione del mese degli innamorati e di San Valentino, per aggiungere un tocco di romanticismo anche alle tradizioni popolari romane.

L’adagio risulta decisamente morbido e dolce anche all’orecchio … certo considerate le possibilità che dà il nostro dialetto alla dolcezza dei suoni!

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dadiOvvero chi vince e gioca di nuovo (e ci rifà), è pronto per pagare.

Non richiede grandi spiegazioni questo proverbio, tanto antico quanto il vizio del gioco. Ci è sembrato particolarmente adatto a questo periodo tra fine d’anno vecchio e inizio d’anno nuovo, in cui si gioca con gli amici o si attende l’estrazione dei biglietti della Lotteria Italia, la più famosa tra le lotterie nella nostra Nazione, anche se non la più antica. Tra lotto, superenalotto, scommesse lecite (e purtroppo illecite), lotterie, e, ormai, anche il bingo importato dagli Stati Uniti, l’Italia è una delle Nazioni in cui si gioca di più al mondo, per tentare la fortuna e diventare ricchi “facilmente”.  Si tratta di giochi spesso innocenti e con azzardo ridotto al minimo che ci fanno sperare e sognare una vita di agi, riposo, viaggi e serenità (economica naturalmente).

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aiuto_carcasi_2Ovvero: chi cerca aiuto, al più trova consiglio.

Come riconoscerete già a prima lettura, le parole con la j non sono d’oltralpe (tranne per qualche maligno che considera i dialetti come lingue straniere), ma semplicemente scritte in modo da rendere leggibile la tipica fonetica romana della i allungata, nei dittonghi e negli iati o al posto del gruppo di consonanti “gl”. La stessa che trasforma aglio in ajo, olio in ojo, voglio in vojo, e via dicendo (come nell’adagio: vojo ajo e ojo pe’ fa’ ‘n’intrujo). E’ insomma una lettera aggiunta al nostro alfabeto (locale) apposta per i pigri. Quanta fatica in meno si fa a pronunciarle! E quanto tempo risparmiato!

Ma torniamo al significato. Questo proverbio popolare è indice di un certo pessimismo!
Si va speranzosi da persone fidate e dall’aria gentile e ci si rivolge loro per trovare nel loro intervento un aiuto concreto. Quello che si riceve è invece un bel consiglio, non richiesto peraltro. Oppure, al limite, un po’ di conforto, gradito certo, ma decisamente poco utile ai fini di una necessità impellente. E si pensa: lo sapevo che finiva così!

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santiOvvero: Se Dio non vuole, i santi non possono

Sembra la dura legge del Cielo! Il significato diretto di questo antico proverbio è molto semplice. I più devoti si rivolgono spesso ai propri santi protettori per chiedere la grazia, ma i santi non sono altro che intermediari tra i credenti e l'Altissimo, e non possono fare niente più che intercedere, o perlomeno possono agire solo per conto di Dio. E quando Dio non è d'accordo? Beh, allora non c'è niente da fare!

Naturalmente questa interpretazione religiosa spicciola è solo per ridere. Il significato del proverbio è tutto rivolto a fatti molto più terreni e triviali.

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pigOvvero: quando il maiale rifiuta la ghianda significa che è sazio.
Proverbio simile a: Gallina che nun becca è ssegno ch'ha ggià beccato

Insomma Chi non mangia ha già mangiato, per dirla in altri termini.
E' uno di quei proverbi ricorrenti in tanti dialetti e con tante diverse metafore. Fa un po' da contrappeso, a quello del mese scorso, che recitava "Accosta er pane ar dente che la fame s'arisente". Logicamente avendo tutti la necessità di mangiare per vivere, se la fame non si fa sentire proprio, neanche di fronte a qualcosa di davvero succulento, e rifiutiamo un buon piatto, qualcosa sotto c'è! Ma, come già più volte ribadito, nel caso dei romani non basta essere nutriti per rifiutare il cibo, bisogna essere proprio strasazi e oberati da un pasto luculliano.
E qui direi che la figura del porco si addice alla situazione di più di quella della gallina. Volendo però, visto il genere, si potrebbe attribuire la figura del porco al vero buongustaio romano maschio e quella della gallina alla signora romana di buona forchetta. E a proposito di figura ... non so chi tra i due ci fa la peggiore!!!

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fameOvvero: Avvicina il pane al dente che la fame si risente. Insomma, altrimenti detto con un altro modo di dire, l'appetito vien mangiando.

Proverbio più che noto nella versione classica, un po' meno in quella romana, che risulta però, se me lo passate, più simpatica.
E' la descrizione di una vera e propria vignetta che si potrebbe rappresentare con la seguente situazione: il romano che rifiuta di partecipare alla solita abboffata lamentando una certa sazietà, nonostante l'aspetto, un po’ panciuto, che tradisce la sua abitudine a mangiare più del necessario in ogni occasione, insomma di buona forchetta ... l'amico che lo invita ad avvicinare un bel pezzo di pane, magari quello buono, fresco, appena fatto e croccante di Genzano, ai denti e, quindi, soprattutto al naso (organo essenziale per il risveglio dell'appetito) ... il profumino del pane che sale alle narici ... il sapore sapido che arriva al palato non appena il canino affonda nella crosta ... e BOOM, di botto, si apre lo stomaco. Sì insomma la fame si smuove all'improvviso e … non proprio inaspettatamente.

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olio_in_acquaLa verità è come l'olio, viene sempre a galla.

A parte la parola ojo (che sta per olio) non c'è nulla da spiegare in questo proverbio, ma c'è invece molto da dire. Anzi dire "molto" è decisamente riduttivo in questo caso, soprattutto considerando il semplice fatto che i più grandi filosofi si sono scervellati (ed hanno fatto scervellare noi) sul significato stesso della verità. Luminari, scienziati e (per dirla alla Bennato) dotti, medici e sapienti hanno affrontato le vie difficili della mente umana per cercare di dare un valore costante, obiettivo, unico a questa parola.

Naturalmente niente di tutto ciò viene preteso nelle poche righe che seguiranno, ma resta sempre un argomento affascinante quello della "verità", anche quando, come si presuppone nel proverbio citato, si parla non di verità assoluta, ma della assai più semplice verità dei fatti, o realtà. Anche in questo caso infatti la verità è sottoposta facilmente ad interpretazioni e influenze, è spesso opinabile e, purtroppo, corrotta.

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donkeyIl proverbio si può interpretare come "Chi è ostinato se la cava, chi scommette ci rimette". Intignarsi infatti ha il significato di intestardirsi, incaponirsi, visto in questo caso però in forma positiva, non come un cieco accanimento, ma come un costante perseguimento dei propri obiettivi, con insistenza e perseveranza.
Sbignare è invece un verbo che si trova in vari dialetti italiani, ma con significati assai diversi. Per esempio nel dialetto milanese assume il significato di "sbirciare", e quindi guardare senza farsi notare. Nel dialetto napoletano invece si usa con l'accezione di "andare via", come dire svignarsela insomma. Quest'ultimo significato è il più vicino a quello usato nel proverbio citato: "se la sbigna" quindi può significare letteralmente se la svigna, riesce a tirarsi fuori da una situazione difficile e ad andarsene senza conseguenze. Insomma, come detto sopra, se la cava.

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grugnoLa traduzione letterale è "a chi tocca non si arrabbi e non metta il broncio".
Il "grugno" è infatti il viso, o meglio il muso di un animale, imbruttito da una espressione di rabbia o minaccia. Perciò "ingrugnarsi" o "ingrugnirsi" assume il significato di fare una faccia brutta, un'espressione di rabbia e scontentezza, ovvero mettere il muso. Insomma si potrebbe anche tradurre con: se ti è andata male, ti è toccato questo triste destino o questa disgrazia, non prendertela e non mettere il broncio, rassegnati e vai oltre.

Questa espressione, tra il cinico e il consolatorio, sembra derivare da un antico gioco romano di carte detto "passatella", in cui chi perdeva non poteva bere per un giro se gli altri giocatori decidevano, del tutto arbitrariamente, che doveva essere così. Dato che chi veniva "condannato" a tale penitenza spesso ci rimaneva male, gli si diceva, appunto, "a chi tocca nun se 'ngrugna", intendendo che se a quel giro era toccato a lui al successivo sarebbe probabilmente capitato a qualcun altro, quindi era inutile perdere tempo ed energie a rimuginare sul fatto, tanto valeva proseguire col gioco.

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facciatosta2No, non è un proverbio da utilizzare per chiedere uno sconto al personal trainer che non vi potete permettere!
E' invece un modo di dire che rivela senso di dignità e conoscenza di povertà.
Si può facilmente interpretare con: meglio avere la faccia tosta che avere la pancia vuota, insomma morire di fame.

Come dire che, anche se la faccia tosta, o di bronzo se preferite, non è certo una bella cosa, anzi è qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare, perché spesso rivela una mancanza di correttezza, diventa comunque un fatto accettabile e, anzi, più che giustificato, di fronte alla fame o alla necessità di sopravvivere. Suona come un monito particolarmente attuale, e per niente retorico.

Insomma se chi ha la faccia tosta ha anche alle spalle una storia difficile, o vive una vita di stenti, o più semplicemente e, purtroppo, comunemente ha difficoltà ad arrivare a fine mese, il compito di chi, incontrandolo, non si trova altrettanto nei guai dovrebbe essere quello di comprendere e tollerare, anche se e quando il fastidio per quella faccia si fa sentire.

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cicoria_papaOvvero: la cicoria del Papa è come una medicina.

La "traduzione" stavolta non serve: a parte la "r" al posto della "l" come vuole la parlata strascinata e un po' pigra del romano, il resto del proverbio è in perfetto italiano corrente.

Eppure il significato di questo proverbio non è così immediato come sembra. Anzi si rivela piuttosto nebuloso. Si potrebbe pensare che il significato "nascosto" è il credere che ciò che cresce nel giardino di Sua Santità ha poteri miracolosi per la salute di chi ha la fede per crederci. O anche che ciò che arriva sulla tavola del pontefice, anche se si tratta di semplice cicoria, ha comunque un valore terapeutico, per il corpo e magari per l'anima.

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Il portale EZ Rome e' una testata giornalistica di carattere generalista registrata al tribunale di Roma - Numero 389/2008
Direttore responsabile: Raffaella Roani - ISSN: 2036-783X
Questo Periodico è associato all'USPI - PI 09041871006

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